Mira si chiede



Sbuffa Mira, si sente un po’ adirata Mira
<grazie,prego, passi pure, buongiorno, come va oggi?…gestualità e parole smarrite> pensa Mira.
È mai possibile? Si chiede Mira sgomenta, e borbotta : <la cortesia ormai è come la peste da evitare, oppure ci si deve scansare quando ci viene incontro, ti fa perdere tempo,ti cambia, ti fa apparire rammollita>
Ha troppa fretta la gente, al bar come al cinema, al lavoro come per strada,oddio speriamo di no quando fa l’amore,ma caspita invece si.
< Un sorriso,un semplice sorriso, presente quella mimica che fa distendere le labbra e alzare gli angoli della bocca? > brontola Mira fra sé.
La gente sorride poco, sorride tirata, sorride in circostanze doverose, ma di fatto sorride poco
Mira si chiede:
< Maleducazione? Forse>
<Forse stress?Mmmhhh di certo incide>
<Frenesia? In effetti corrono tutti>
Mira sbuffa, infastidita ma lei imperterrita continua a dire, grazie,prego, per favore…
 Mira è un po’ come il personaggio di una “parabola” del caro Leo Buscaglia

Un uomo distinto tutti giorni si reca in edicola a comprare il quotidiano
e tutti giorni la scena si ripete
<buongiorno> dall’altra parte silenzio
l’edicolante gli porge il giornale con gestualità da automa
il distinto signore  mentre s’appresta  ad uscire  risaluta con un sorriso <buona giornata>.
Tranquillo e per nulla disturbato prosegue per la sua via.
Un giorno un amico accompagna il distinto signore all’edicola, si ripete la scena e questa volta
l’edicolante è pure nervoso e stizzoso, il distinto signore saluta con cortesia,prende il giornale e insieme
all’amico escono dall’edicola.
L’amico dice< ma come puoi tollerare un simile comportamento?Io gli avrei detto di andare a quel paese>
il signore con un sorriso risponde< non sono gli altri con il loro comportamento che devono insegnarmi chi devo essere e come comportarmi, l’edicolante faccia pure come crede>.
In sostanza la storiellina era così.

Per gli Stoici come per il Taoismo, i desideri smisurati, quelli impossibili per intenderci, il troppo voler possedere beni con cui ci si identifica, la paura di perdere beni materiali e non,  sono la matrice del “bisogno”, il bisogno opera come un corrosivo lentamente e silenziosamente.
Questo lo dicevano gli stoici in epoca lontana, prima di loro lo ribadiva l’antica filosofia orientale.
Malessere,forse questo il nome di ciò che viene generato dalla incapacità di comprendere l’essenziale di ciò che realmente ci occorre, l’incapacità di dare misure ai nostri desideri, e sopra ogni cosa la capacità di essere presenti a se stessi.

Sarà forse questa incapacità di essere presenti a se stessi, che crea la fretta, la distrazione, che non ci fa alzare la testa? Sarà per colpa di questa presenza-non presenza che non si seminano più, forse da tempo memorabile, i semi della cultura dei  buoni sentimenti,del rispetto e della gentilezza,semi da tramandare da generazione in generazione, ma qualcosa ha interrotto questo rito *orale ed esemplificativo di conoscenza.
la possibilità di sperimentare questi stati interiori e poterli confrontare con il negativo e solo così comprendere
la gioiosità di compiere un atto gentile.

*Non parlo in questo contesto della “buona educazione” quella forzata, quella del si fa perché così si deve,  quella che si fa così o sarai punito, questo è il tipo di educazione crea  futuri tiranni che appena liberi  dal regime autoritario daranno sfogo del peggio di sé che non hanno mai potuto esprimere. Forse anche questa autorità ha avuto la sua parte in tutto questo malessere e apparente maleducazione.


Sarà forse sempre questa mancanza di essere davvero presenti a sé e al mondo intorno che ci porta ad ascoltare ma  non a sentire, a guardare ma non a vedere, a perdere per strada le mollichine dei valori e delle piccole gioie a attenzioni che contano,verso se stessi e verso gli altri?
E quel bisogno smisurato di avere? Avere per apparire,possedere per essere, avrà anche lui una colpa in tutto questo?
E cosa dire della disillusione dei sogni impossibili, di quei sogni che poi in realtà nemmeno sono fatti per noi e forse non sono nemmeno quello che vorremmo davvero per noi, ma  sai com’è li fanno tutti…oppure a volte succede  che in realtà sogniamo il desiderio di qualcun’altro.
Questi desideri che se non si compiono allora la vita vale poco o nulla di essere vissuta, il famoso ritornello del “sarò felice quando avrò, sarò felice quando farò, sarò felice quando non sarò più in tempo per esserlo”
E tutta questa  felicità in standby, diventa rabbia, invidia, arroganza, paura, o al contrario apatia( ma non quella intesa dagli Stoici) tristezza e malinconia.Anche questi desideri hanno  la loro parte di colpe nella nascita di questa specie di  indifferenza  e assuefazione generale
In conclusione come sopravvivere a tutto questo? Casualmente ho trovato la risposta che più mi conforta e mi coccola : AMA, AMA, AMA e tutto andrà molto bene (1)
Note:
Mira: Marcella Nicolosi,La cortesia è morta

Apatia per gli stoici :L'apatia è strettamente legata al concetto di provvidenza: poiché lo stoico sa che tutto è come deve essere, egli non si esalta né si abbatte, fermamente convinto che ogni evento, anche spiacevole, sia teso verso il bene. Con essa, credevano i filosofi stoici, l'uomo poteva essere veramente felice, perché se ci si lasciava attrarre troppo dall'entusiasmo, una volta che le cose fossero andate storte, si sarebbe caduti nella delusione. È questa la differenza essenziale tra la tristezza e l'apatia.
da it.Wikipedia.org
(1) NO time for Karma di Paxton Robey

Commenti

  1. A Mira piace molto come hai saputo ampliare il concetto! E soprattutto è lieta ed onorata che tu l'abbia colto!

    Per quanto mi riguarda : amo, amo amo e tutto andrà molto bene!

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